4 - Premessa

Un numero non eccessivo di anni prima della resa dei conti.


Arrampicato allo scoglio di fronte alla baia che nemmeno il depuratore marino riusciva a deturpare fino in fondo, l’ex capitano di industria Ottonello Bolzoni soppesava la pietra legata al proprio collo.

Era fermo in quella posizione da quaranta minuti, incapace di muovere il passo che avrebbe posto fine ai suoi tormenti. Tanto che pur di rimandare la fatidica decisione fingeva di prestare attenzione a ciò che accadeva nella piccola insenatura in prossimità dell’enorme depuratore.

Abilmente nascosto dietro un mucchio di rifiuti si aggirava un uomo, la cui andatura sospetta tradiva il suo inquadramento come vice aiuto addetto al controllo del rispetto dei parametri ambientali del settore G3 del depuratore. L’uomo si aggirava attorno al grande tubo di scappamento del depuratore, ricavato mettendo in serie alcune centinaia di marmitte catalitiche invendute ed i filtri di una ventina di cappe da cucina. Il vice aiuto addetto stava chiaramente versando nel grande collettore del balsamo al timo selvatico ed eucalipto, per far rientrare nelle norme di legge i fumi di scarico di sua competenza.

Osservando i ghirigori composti dai fumi tossici mentre salivano al cielo, Ottonello non poteva fare a meno di pensare che spesso la vita seguiva vie tortuose come quei ricci di gas venefici.

Anche l’inizio della sua storia d’amore con Clotilde aveva seguito percorsi talmente tortuosi da fargli quasi credere ad un intervento divino, soprattutto per le modalità con cui si erano incontrati durante una mostra di onde anomale nella sala dei concerti per bassotuba del palazzo reale, straordinariamente allestita per fare posto all’onda gigante prelevata da uno tsunami originale ed esposta in una teca di cristallo antifurto.

Clotilde Candelabri era da sempre appassionata di onde anomale e da tempo aspettava quella mostra con trepidazione.

Ottonello Bolzoni invece stava cercando l’ufficio smarriti delle FS, essendo un fanatico di quelle aste in cui a volte si potevano acquistare oggetti originalissimi dimenticati in treno da passeggeri distratti, tipo una protesi in legno o una catapulta romana di epoca augustea. A causa di un’errata indicazione a un semaforo si era trovato anch’egli alla mostra e fu lì che aveva incrociato di nuovo dopo molto tempo l’acerrima nemica Candelabri.

Ciò che Ottonello non sapeva e che era stata proprio una coincidenza di origine non terrena a farli incontrare. Una coincidenza che era costata molto all’arcangelo Piergianni, che ricevendo quell’incarico non poteva certo immaginare che sarebbe stata la sua ultima missione.

Beh, una missione difficile, senz’altro, ma non era la prima volta che si trovava a dover affrontare le sarcastiche manie del Destino, e non era per lui una novità dover piegare lo stanco e prevedibile susseguirsi dei giorni al volere delle bizzarre idee del suo datore di lavoro.

Fra l’altro la missione gli era stata assegnata pochi giorni prima della prevista partenza per le ferie già prenotate sulla banchisa polare, e il capo gli aveva fatto capire che dall’esito del suo lavoro dipendeva la firma sul foglio ferie, non una banale formalità burocratica, come le altre volte.

Era molto tempo che non veniva destinato a un incarico del genere e si sentiva elettrizzato. Mentre percorreva i lunghi corridoi che conducevano all’armeria dove avrebbe ritirato l’attrezzatura, gli era sembrato di fare un tuffo nel passato.

Ah! I bei tempi in cui si appostava nei parchi pubblici, appollaiato sugli alberi, con arco e frecce, pronto a scoccare il dardo nel momento giusto. Di solito l’attimo decisivo coincideva con il passaggio dell’avvenente ragazza in pantaloncini da corsa, tutta presa nella sua attività ginnica anticellulite e rassodante, proprio davanti alla panchina su cui il giovane studente stava leggendo il suo libro di fantascienza, consapevole che solo in un lontano futuro popolato di astronavi a propulsione fotonica e androidi creati a immagine dell’uomo, anche lui forse avrebbe potuto sperimentare quella strana cosa che il pluribocciato Mario Sedile descriveva durante le pause fra Latino e Fisica utilizzando l’oscuro termine “limonare”.

Quello era l’attimo in cui scoccare il dardo fatidico, che doveva trafiggere in un unico colpo entrambi i cuori dei due giovani, scatenando il fuoco dell’amore. Era un lavoro difficile, che richiedeva mano ferma e precisione assoluta. Non si aveva un secondo colpo a disposizione, e l’allora allievo cupido Piergianni, al terzo anno di apprendistato, aveva più volte sperimentato sulla sua pelle l’ebbrezza del centro perfetto così come l’onta del colpo sbagliato.

Il suo peggior fallimento era avvenuto all’inaugurazione della tournee del circo russo a Lecce, dove a causa del suo clamoroso errore di mira, Boris l’uomo proiettile e Vassilj Ulianov Ilic il cane parlante sui pattini a rotelle si erano resi protagonisti di una scandalosa fuga d’amore, culminata con un matrimonio lampo al consolato locale, poi invalidato per un vizio di forma, dovuto al fatto che Boris nel momento del fatidico “sì”, indossava un casco protettivo non omologato e privo del sottostante colbacco.

L’allora angelo semplice Piergianni, ancora agli inizi della sua carriera, si trovava in realtà a Lecce per far scoccare la scintilla dell’amore fra Rosanna e Ippolito, due quarantenni delusi dalla vita e senza altra speranza se non quella di sposare il primo idiota di passaggio per riuscire poi a ridurlo sul lastrico con un divorzio ben calibrato.

La missione, all’apparenza di ordinaria amministrazione, si era tramutata in cocente fallimento a causa del numero della famiglia Pugacioff, divertentissimi clown cosacchi fra i quali brillava Oleg, protagonista di una esilarante pernacchia all’indirizzo del fratello Igor, preceduta da uno scoppiettante susseguirsi di spinte, cadute, boccacce e addirittura una gustosissima martellata sul piede. L’irresistibile esibizione aveva fatto inopinatamente scoppiare a ridere l’angelo semplice Piergianni proprio nell’attimo fatidico dello scoccare della freccia. Per lui erano stati attimi di terrore vissuti al rallentatore. Gli era sembrato di poter scorgere nella traiettoria evidentemente errata del suo dardo la deviazione improvvisamente imboccata dalla sua carriera. Addio sogni di promozione all’ambito ruolo di capo-cupido regionale, addio patentino di angelo istruttore. Aveva seguito con il fiato sospeso il percorso della freccia che aveva trapassato il petto del cane parlante Vassilj Ulianov Ilic, per poi infilzare al volo il cuore dell’uomo proiettile Boris, che aveva avuto la malaugurata idea di farsi sparare dal suo cannone (residuato della gloriosa industria bellica sovietica) proprio in quell’istante, con discutibile tempismo.

Sul futuro dell’angelo semplice Piergianni sembrava calato un cupo sipario nero. Probabilmente lo avrebbero mandato all’uscita del purgatorio ad accogliere i promossi in paradiso con le classiche collane di fiori Hawaiane, suonando l’ukulele.

Invece la magnanimità dei suoi superiori e uno sciopero a oltranza degli angeli annunciatori di gravidanze a sfondo divino, capitanato dall’irriducibile sindacalista Gabriele, avevano innescato una serie di conseguenze che avrebbero consentito a Piergianni di mantenere il suo posto.

Entrando nell’armeria della sezione “cupido”, l’ormai attempato arcangelo Piergianni stava assaporando tutti quei ricordi con una punta di nostalgia. Da quanto tempo non partiva per una missione d’amore sul campo... Da quanto tempo le sue giornate trascorrevano monotone dietro la scrivania dalla quale gestiva gli approvvigionamenti di piume per le truppe angeliche aviotrasportate… Da quanto tempo il suo talento di giovane cupido era stato sacrificato alla carriera e all’inevitabile sfociare nella burocrazia…

Per quello aveva fatto domanda scritta per tornare nei ranghi della sezione operativa, ed ecco finalmente giunto il momento tanto atteso.

Respirò a fondo l’odore stantio dell’armeria, ed ebbe la sensazione che nulla fosse cambiato dai suoi tempi.

“Piergianni… Quanto tempo!”

“Già, caro Ermanno, ti ricordi?”

“Come mai da queste parti, Piergianni? Sei stato degradato?”

L’addetto all’armeria non gli era mai andato a genio. Piergianni aveva ignorato la sua domanda, portandosi una banana all’orecchio e fingendo di parlare al cellulare con il suo agente di cambio, intimandogli di comprare quei futures sulle pannocchie abbrustolite di cui avevano parlato in mattinata.

Poi con aria di superiorità aveva finto di riattaccare, riponendo la banana nella giacca, e rivolgendosi quasi infastidito all’addetto all’armeria.

“Presto Ermanno, dammi l’arco e la freccia. Mi è stata affidata una missione importantissima e non ho tempo da perdere.”

“Caro Piergianni, ormai l’arco e la freccia non si usano più da almeno dieci anni.”

Ermanno aveva estratto dal bancone un fucile di precisione con mirino telescopico e un proiettile dirompente dum-dum all’uranio impoverito.

Piergianni era rimasto allibito di fronte a tanta tecnologia. La sezione cupido aveva fatto passi da gigante da quando lui era stato promosso.

Aveva soppesato la lucente arma, passandosi fra le dita il proiettile pieno di amore e di isotopi radioattivi, per poi salutare Ermanno con una smorfia infastidita, augurandogli a bassa voce un’ispezione fiscale accurata che svelasse il suo commercio illegale di triglie eccedenti i limiti di sagoma, e con la sua arma in pugno si era avviato verso la sala dei concerti per bassotuba, in pieno centro cittadino.

L’obiettivo era una insolita mostra di onde anomale, dove per una improbabilissima coincidenza, voluta direttamente dal suo principale in persona, si trovavano le due ignare vittime del fatale amore.

Si trattava di una missione di categoria A++ secondo i rating standard del Paradiso, in gergo anche definita “triplo Axel con sgommata” per renderne visivamente il grado di difficoltà. Una di quelle missioni che il suo principale amava tanto, perché gli consentivano di affermare il suo senso di potere sui destini di quei miserabili burattini umani. I due futuri amanti erano infatti due acerrimi nemici, separati dal crudele mondo degli affari e della finanza.

Mai avrebbero nemmeno lontanamente immaginato l’ipotesi di poter restare per più di cinque minuti nella stessa stanza con il rivale, senza che il fatto sfociasse in un procedimento penale.

L’arcangelo Piergianni li aveva osservati a lungo, avvolto nel suo classico impermeabile scuro che nascondeva le voluminose e imbarazzanti ali piumate. Per superare i controlli all’ingresso dell’esposizione di onde anomale senza dare nell’occhio si era camuffato da sostituto d’imposta, ottenendo ovviamente di non essere avvicinato da nessuno, eccetto un fastidioso ragazzino occhialuto non soggetto a IRPEF che aveva rischiato di far saltare il suo travestimento.

Aveva studiato brevemente il comportamento dei due ignari innamorati.

La donna, una signora elegante con monocolo e un sobrio copricapo a forma di vaso di gerani, stava osservando ammirata la teca di cristallo in cui era conservato un esemplare di onda gigante giapponese. Ostentava grande competenza e cultura sull’argomento e non smetteva di scambiare opinioni con gli altri spettatori, pronunciando sovente e con grande enfasi la parola “organolettico”.

Dall’altra parte della sala si aggirava l’uomo, decisamente più eccentrico della donna nel suo miglior completo da scriba egizio. Lo stravagante personaggio importunava un po’ tutti chiedendo insistentemente se era già stata messa all’asta la polena del veliero “Florindo Durban”, dimenticata mesi prima in un vagone letto dell’espresso Milano-Taranto, nonchè pezzo di valore inestimabile per la sua collezione. Gli sguardi increduli e infastiditi al suo indirizzo si sprecavano e alcuni uomini della sicurezza iniziavano già a guardarlo scambiandosi occhiate di intesa.

L’arcangelo Piergianni aveva aspettato con pazienza e professionalità il suo momento, abilmente appostato fra l’uscita di sicurezza e una scultura raffigurante un Pinguino De Longhi. Con tutta calma aveva estratto dal soprabito il fucile di precisione, lo aveva posizionato sulla scultura del Pinguino De Longhi accostando l’occhio al mirino telescopico. Quest’ultimo forse superfluo, dato che l’uomo e la donna si trovavano a meno di due metri di distanza, ma il contratto con lo sponsor Ikon-Zeiss gli imponeva di utilizzarlo comunque.

Forse era stato per questo che vista dal mirino la scena risultava decisamente troppo ingrandita e l’arcangelo Piergianni ne era rimasto confuso.

In quel momento Ottonello Bolzoni e Clotilde Candelabri si erano scontrati in modo fortuito, e nell’attimo di voltarsi istintivamente per scusarsi, si erano riconosciuti con enorme sorpresa.

“Lei?”

“Lei?”

Sarebbero rimaste le uniche parole scambiate fra i due, pronunciate da volti basiti e sconvolti.

Era quello l’istante di perfetto allineamento, ma il vecchio cupido in quel momento era distratto da un neo del Bolzoni che nel mirino telescopico gli appariva come il cratere lunare Tycho, cosa che lo stava portando a cercare tracce del monolito nero che guardava sempre volentieri ad ogni replica del film “2001, Odissea nello spazio”.

Era stata l’esitazione decisiva. Quando di colpo si era reso conto che l’allineamento dei suoi bersagli era perfetto, aveva sparato precipitosamente. Il proiettile all’uranio impoverito, messaggero di amore, aveva trafitto il cuore di Clotilde, e subito dopo quello di Ottonello, con straordinaria precisione. Ma purtroppo era finito di rimbalzo sulla teca in cristallo di boemia che conservava l’onda anomala in esposizione.

Era stato il disastro.

L’onda, liberata, era crollata con tutta la sua violenza, radendo al suolo la sala dei concerti per bassotuba.

Lo stesso arcangelo Piergianni era rimasto vittima dell’incidente, travolto dalla polena del “Florindo Durban” (che, alla faccia dell’ilarità generale, come sosteneva Bolzoni era davvero all’asta in una sala attigua). Insieme a lui avevano trovato la morte molti altri visitatori, fra cui – magra consolazione – anche il fastidioso ragazzino occhialuto non soggetto a IRPEF.

Ottonello e Clotilde invece stavano scivolando in cima all’onda gigante, teneramente abbracciati, miracolosamente in equilibrio sulla cresta di schiuma bianca, come sorretti da un invisibile surf fatto d’amore. Sarebbero rimasti così, stretti e in silenzio, ciascuno con lo sguardo perso negli occhi dell’amato, mentre l’onda li conduceva lontano dalla città, verso un atollo adatto a viaggi di nozze ed esperimenti nucleari francesi, dove la loro passione avrebbe finalmente potuto ardere in tutto il suo calore.

Ma tutto questo Ottonello non poteva saperlo, per lui quello sarebbe sempre rimasto il misterioso castello di coincidenze che gli aveva regalato una felicità intensa ma effimera, anche se il prezzo da pagare era stato rinunciare alla polena del “Florindo Durban”, cosa che ancora oggi lo faceva fremere di rabbia impotente.