6 - Incipit

Alcuni anni prima della resa dei conti.

Il castello era in fiamme. I nemici lo stavano assediando. Il comandante della guarnigione non riusciva coordinare bene le difese perchè

L’uomo una volta noto come Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot era ritto in piedi fuori dalla sacrestia della cattedrale napoletana in cui si stava celebrando un insignificante matrimonio, e come spesso gli capitava stava pensando a quanto tempo prezioso aveva perso nella sua vita per il semplice fatto di chiamarsi Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot. In realtà aveva iniziato anni prima a riflettere sulla cosa, era per questo che almeno quando pensava a se stesso preferiva chiamarsi molto più semplicemente con il nome di fantasia di Sir Stanley Oliver Wintermayer-Chesterton.

E diceva fra sé e sé: “caro Sir Stanley Oliver Wintermayer-Chesterton, quanto tempo avresti risparmiato se ti chiamassi semplicemente Lollo o Gilberto o Paracarro. Ah… come vorrei avere un nome breve…”

Un nome breve. Magari in codice, tipo 007.

Era stato questo il motivo che lo aveva spinto a entrare nei servizi segreti di Sua Maestà subito dopo la laurea conseguita in “Cosmologia non applicabile”, con una tesi che dimostrava la totale inutilità di spendere 8 miliardi di sterline per una missione spaziale che avesse l’obiettivo di mandare su Marte una sonda contenente una lavastoviglie, tre stecche da biliardo e un panettone privato dei canditi.

I servizi segreti avevano considerato con estrema attenzione il suo curriculum universitario. Il suo ramo di studi non era da sottovalutare: a volte era essenziale la competenza di qualcuno che potesse dire, di fronte ad un progetto patentemente idiota, “questo è un progetto patentemente idiota”, ma che potesse farlo con cognizione di causa, dimostrandolo con rigorose formule e non per banale buonsenso.

Questa riflessione venne attentamente soppesata insieme a molte altre e dopo 3 minuti l’addetto alla preselezione dei candidati per il servizio segreto fece espellere Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot dall’ufficio dei colloqui, intimandogli di non avvicinarsi mai più a meno di un miglio dall’edificio.

Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot non si diede per vinto e implorò suo padre di dargli un piccolo aiuto sulla strada verso la professione da lui sognata.

“Papà, domani sarà il mio compleanno.”

“Questo lo dici tu.”

“Ma papà, è il calendario che lo dice.”

“Tutti i calendari mentono, lo fanno per rendermi più vecchio, convincermi a morire e impossessarsi della mia eredità e del mio maglione verde. Oggi è semplicemente il terzo giorno del mese di germinale, chiaro?”

Suo padre, il Quadri-Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot Senior, era particolarmente eccentrico e viveva collezionando paranoie rare. Alcuni fra i suoi più fedeli servitori erano costantemente in giro per il mondo, vagando fra ospedali psichiatrici, case di cura e consigli di amministrazione pieni di manager di successo, per studiare nuove forme di paranoia particolarmente originali e insolite, da documentare nei minimi dettagli e riferire al loro padrone, che poi le sperimentava su di sé. Lui amava parlarne come del suo “guardaroba mentale”, e ogni mattino, appena svegliato, vi curiosava per decidere quale paranoia indossare quel giorno.

Sfortunatamente per il figlio, quel mattino il padre aveva scelto una rara forma di insofferenza cronometrica giacobina, che gli rendeva insopportabili tutti gli strumenti di misurazione temporale con i relativi sistemi di riferimento, a meno che non fossero ispirati alla rivoluzione francese.

Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot cercò di non farsi prendere dal panico e disse fra sé “stai calmo, caro Sir Stanley Oliver Wintermayer-Chesterton, cerca di sfruttare la sua paranoia odierna a tuo vantaggio, o almeno di convincerlo a scendere dai tuoi piedi.”

Quella di salire sui piedi dell’interlocutore durante una discussione era un’altra delle piccole e innocenti manie di suo padre, a cui tutta la servitù si era adeguata, indossando oltre a livrea e marsina anche scarpe anti-infortunistiche rinforzate, come quelle in uso nei cantieri edili.

“Papà, vorrei che tu mi regalassi i servizi segreti di Sua Maestà.”

“Quando?” – gli chiese sospettoso il padre, incrociando le mani dietro al schiena e sollevandosi sulle punte dei piedi, causandogli svariate microfratture al metatarso e un dolore lancinante che Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot dissimulò abilmente intonando un canto popolare tirolese, per non irritare lo scorbutico genitore.

La domanda del padre era chiaramente un trabocchetto. Qualsiasi riferimento temporale lo avrebbe fatto infuriare nella sua paranoia odierna, per cui rispose senza esitazione.

“No, grazie, dopo devo assistere a un ghigliottinamento, e ho già il mio compasso.”

Il padre sorrise soddisfatto e andò a prendere il libretto degli assegni e gliene firmò uno con molti zeri, riuscendo nell’ardua impresa di farlo senza mai scendere dai piedi del figlio. Ebbe solo un leggero fremito al momento di doverne compilare la data, ma Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot glielo sfilò abilmente di mano prima che in un eccesso di paranoia lo stracciasse.

L’arrivo del maggiordomo Jarvis fu poi provvidenziale, perché suo padre salì sui piedi del maggiordomo, lasciando Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot libero di recarsi di nuovo alla sede dei servizi segreti di Sua Maestà, dove effettuò l’acquisto lasciando anche svariate mance.

Lo stile aristocratico di Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot gli impediva di agire in modo troppo volgare e sfrontato, così nominò a capo dei servizi segreti un imbianchino di passaggio, limitandosi a dargli alcuni “suggerimenti operativi” per la buona conduzione della struttura.

Lo zelante addetto alla preselezione dei candidati venne mandato immediatamente nello Yemen in missione sotto copertura, travestito da odalisca nell’harem del perfido emiro Yussuf.

Come suo sostituto ad interim per quel pomeriggio venne nominato un pappagallo opportunamente addestrato per ripetere solamente la frase “Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot le faccio i miei più sinceri complimenti, lei è il benvenuto nelle fila dei servizi segreti di Sua Maestà. Looooooooooooreto!”

L’ammissione fu quindi tale da non creare scandali e antipatiche voci di favoritismi.

Finalmente, una volta nei servizi segreti, a Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot venne assegnato un nome in codice. Per sua sfortuna, il C.R.I.S.T.O., ovvero il Calcolatore Riservato alle Informazioni Segrete Tantopiù Oltrechè, a causa di un momentaneo sovraccarico della rete elettrica, gli assegnò il nome in codice di Sir Stanley Oliver Wintermayer-Chesterton, cosa che gli sembrò in un primo momento gustosamente ironica, in un secondo momento ironicamente fastidiosa e in un terzo momento fastidiosamente insopportabile, tanto che dovette trattenere un fremito di rabbia che per poco non gli spettinò tutte le sopracciglia.

Riconquistata la calma, Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot telefonò all’imbianchino da lui messo a capo dei servizi segreti e gli suggerì di sostituire temporaneamente il

C.R.I.S.T.O. (acronimo che peraltro non lo convinceva fino in fondo) con il solito pappagallo, nel frattempo opportunamente addestrato per attribuirgli il nome in codice di “Oskar”, particolarmente breve e accattivante.

Per un errore del dipartimento ornitologico dei servizi segreti, al posto del pappagallo addestrato, all’interno del C.R.I.S.T.O. venne nascosto un comunissimo passerotto, il quale al momento dell’assegnazione del nome in codice a Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot, emise un altrettanto comunissimo “Cip”.

Ci fu un momento di perplessità, ma poi si disse “beh, in fondo, breve è breve…”

Così in quel momento l’uomo in bombetta, ombrello e completo nero che stava in piedi fuori dalla sacrestia della cattedrale napoletana, era noto ai servizi segreti di Sua Maestà, non più come Lord James Anthony Fitzgerald Studebaker-Cottonsimmons-Abbot, ma semplicemente come “agente Cip”.

Si trovava in Italia per una missione ancora non precisata, dal nome in codice “Catarifrangente”. Un nome così idiota che solo il C.R.I.S.T.O. o un pappagallo potevano averlo generato.

Un altro uomo dei servizi doveva fornirgli i segretissimi dettagli della missione, l’agente Bebopalula, attualmente a Napoli, sotto copertura come testimone di matrimonio di una coppia non meglio identificata. La scelta della copertura non si rivelò delle più brillanti, anche perché gli sposi per tutta la cerimonia continuarono a chiedersi chi fosse quel tizio che si stava spacciando come loro testimone. I mormorii di sorpresa crebbero durante l’omelia e si trasformarono in sommessi insulti fra i membri delle due famiglie. Ciascuna accusava l’altra di aver introdotto quel bizzarro signore (che peraltro sfoggiava un vistoso e lucente elmo prussiano) spacciandolo come testimone, mentre non figurava nell’elenco degli invitati. La tensione divenne insopportabile quando al momento dello scambio degli anelli l’agente Bebopalula non seppe resistere alla tentazione di strappare il microfono al sacerdote e intonare “My way”, sfoggiando la sua perfetta imitazione di Frank Sinatra che allietava sempre le cene aziendali dei servizi segreti a Londra.

Fu così che il tranquillo matrimonio napoletano si infiammò, sfociando in un tentativo di linciaggio.

Ecco perché l’agente Cip si trovava presso l’uscita posteriore della sacrestia, nella quale l’agente Bebopalula era attualmente asserragliato. L’assedio però stava per volgere al peggio. Una odiosa cugina zitella dello sposo suggerì di “stanare quel bastardo” usando il turibolo di incenso come lacrimogeno. Don Carmelo intanto stava addestrando gli zii della sposa ad usare l’enorme cero pasquale della cattedrale a mo’ di ariete, per sfondare la porta della sacrestia. Il clima bellico spinse il nonno della sposa, ex generale in pensione, a organizzare tutti i maggiorenni maschi in formazione serrata su file di 4 persone, dando vita a una parata militare perfettamente sincronizzata al passo dell’oca, aperta dal chierichetto che teneva alta sopra la testa la pesante croce di legno. Della confusione stava intanto approfittando Pasquale, lo zio megalomane dello sposo, che impadronitosi del vino e delle ostie stava distribuendo la comunione. Non soddisfatto, in un rapidissimo climax mistico, alcuni minuti dopo iniziò a battezzare i bambini più piccoli.

Proprio mentre lo zio Pasquale si aggirava con uno strano sorrisetto attorno alla vecchia bisnonna, chiedendo in giro dove fossero finiti l’olio e i paramenti per l’estrema unzione, l’agente Cip decise che era il momento di intervenire con decisione e sprezzo del pericolo per tirare fuori dai guai il suo collega. Così posò la mano sulla maniglia ed aprì la porta posteriore della sacrestia.

“Esci.”

L’agente Bebopalula rimase un attimo sorpreso per l’inattesa semplicità della soluzione escogitata dall’agente Cip, poi sorrise e lo seguì, proprio mentre l’incenso iniziava a riempire di fumo lacrimogeno la sacrestia e la porta veniva scossa dai primi sordi assalti portati a colpi di cero pasquale.

“Perché porti un elmo prussiano?”

“I Prussiani non meritavano di perdere la guerra di Crimea.”

La risposta spiazzò l’agente Cip, che decise di non indagare oltre.

“Cosa sai dell’operazione Catarifrangente?”

“Non posso parlartene. Ho avuto ordini precisi in merito.”

“Che tipo di ordini?”

“Precisi, l’ho già detto.”

Si ricordò in quel momento che l’agente Bebopalula era stato assunto quel famoso venerdì in cui si accavallarono un’agitazione dei postini, un’inchiesta del fisco e un’indulto papale con proclamazione di cinque beati, due dei quali saltimbanchi. Nella confusione che ne conseguì, per un banale errore di trascrizione di un messo, venne aumentata per decreto ministeriale la temperatura ascellare dei sessantenni di quattro gradi, causando un’ondata di improvvise febbri fulminanti. Ne venne colpito anche il capo dell’ufficio del personale, il quale in preda al delirio, aveva inviato in missione segreta l’agente Bebopalula, fino a 5 minuti prima cameriere del bar che gli stava portando il caffè in ufficio.

L’agente Cip decise allora di metterla giù pesante.

“Non c’è tempo da perdere.”

“Giusto, dobbiamo andare a cena.”

“A cena? Ma sono le 3 di pomeriggio…”

“Già. Quelli del controspionaggio non si aspettano che noi andiamo a cena a quest’ora.”

“E poi cosa faremo?”

“Pagheremo il conto.”

L’agente Cip provò l’impulsivo desiderio di utilizzare il suo ombrello di ordinanza contro la nuca dell’agente Bebopalula, ma poi si trattenne, pensando che ne aveva bisogno per compiere la missione. Dell’ombrello, ovviamente, non della nuca.

Così seguì l’uomo con l’elmo prussiano mentre entrava nel ristorante dall’altra parte della strada.