8 - Preliminare
Un ridotto numero di anni prima della resa dei conti.
Arrampicato allo scoglio di fronte alla baia che nemmeno il depuratore marino riusciva a deturpare fino in fondo, l’ex capitano di industria Ottonello Bolzoni soppesava la pietra legata al proprio collo.
Era fermo in quella posizione da due giorni, incapace di muovere il passo che avrebbe posto fine ai suoi tormenti. Tanto che pur di rimandare la fatidica decisione fingeva di prestare attenzione a ciò che accadeva nella piccola insenatura in prossimità dell’enorme depuratore.
In quel momento un gruppo di archeologi di fama locale stava esaminando la spiaggia, cercando preziosi reperti artistici che avrebbero potuto sconvolgere interamente la storia dell’arte.
Secondo le voci messe in giro in mattinata da Enrico Cornice, stimato imbianchino nonché noto sciacallo di oggetti smarriti, su quella spiaggia si potevano infatti rintracciare le prove che i Normanni avevano attraversato un loro breve periodo postmoderno, dando vita ad opere scultoree degne di Andy Warhol. Ben presto il gruppo di archeologi si scontrò con una squadra di paleontologi, attirati sulla spiaggia dalle dichiarazioni rese alla TV dalla moglie di Enrico Cornice, durante la conferenza stampa per commentare sdegnata la sua espulsione dalla commissione per l’edilizia fognaria sostenibile. Secondo la donna, infatti, sulla spiaggia si potevano trovare resti fossili che dimostravano senza ombra di dubbio che i rettili del cretaceo inferiore erano in grado di produrre artigianalmente cinturini di orologio.
Lo scontro fra i due gruppi di studiosi ebbe attimi di tensione elevatissima.
Gli attriti fra archeologi e paleontologi erano infatti ben noti fin dai tempi di una sfortunata convention in cui un luminare in storia del precambriano, ubriaco per un eccesso di cocktail aromatizzati alla formaldeide, aveva raccontato la famosissima barzelletta sulla differenza fra un archeologo e un modulo per la constatazione amichevole di sinistro. Ovviamente la cosa non era stata presa bene e l’incidente diplomatico aveva causato una frattura insanabile.
Ma nemmeno il gustoso scontro verbale fra i due schieramenti, chiaramente udibile anche dallo scoglio su cui si trovava, Ottonello non riusciva a distrarsi dai suoi pensieri cupi.
E pensare che per Ottonello Bolzoni il colpo di fulmine con la bella Clotilde Candelabri era stato un raggio di luce in un’esistenza grigia e solitaria, votata al lavoro e alla carriera di imprenditore fattosi da sé.
La sua vita era stata infatti tanto generosa di ricchezze quanto arida di gioie sentimentali.
Ottonello si era sposato troppo giovane con una donna molto più anziana di lui, una apprendista cantante lirica che poteva fregiarsi di aver interpretato la cassapanca di Madama Butterfly e la cuoca di bordo del Titanic in una ardita trasposizione in chiave postmoderna dell’Aida. La donna, spesso preda di crisi depressive dovute ai suoi insuccessi professionali, un bel giorno era fuggita con un promettente baritono che interpretava l’ambito ruolo del resto della divisione intera per 7 nell’ouverture del Rigoletto.
L’incomunicabilità fra il Bolzoni e la prima moglie risaliva proprio ai tempi della nascita dei loro figli. Al momento del parto gemellare gli era stata diagnosticata una brutta congiuntivite. Bolzoni, di famiglia povera e di scarsa istruzione, aveva male interpretato la diagnosi e si era autoconvinto di soffrire di una ossessione per le congiunzioni.
Ecco perché i 2 gemelli erano stati battezzati E-Loisa e Ma-Nuele. A nulla era servita l’opposizione della moglie e le sue minacce di cantare per intero la struggente aria “Il mio amor m’attende nel reparto frigo” di fronte all’ostetrica. Anche al momento del battesimo, Ottonello Bolzoni era stato irremovibile e persino l’esorcismo praticatogli dallo scandalizzato parroco del paese era servito solo a liberargli il naso e anche la gola e a far guadagnare inspiegabilmente 3 punti percentuali all’indice Nikkei.
Quando poi, guardando una puntata di “Trentatrè”, il settimanale di medicina del TG2, Bolzoni aveva scoperto che la congiuntivite probabilmente era invece alla base di quel fastidioso bruciore agli occhi che lo affliggeva da mesi, ormai il danno anagrafico era fatto.
La moglie era scappata con il promettente baritono, mentre i figli crescevano portandosi sulle spalle il peso di due nomi difficili e di un’infanzia senza la presenza materna.
Ottonello aveva tentato di sfuggire al dolore, riversando ogni sua energia sul lavoro, e trascurando di conseguenza la prole. La sua piccola e insignificante azienda di accessori da bagno, grazie al sudore della fronte e alle innumerevoli notti trascorse in negozio, dopo cinque anni era rimasta una piccola e insignificante azienda di accessori da bagno.
Allora Bolzoni aveva stretto un paio di accordi con le famiglie Fumagalli e Longoni, note esponenti delle cosche mafiose della Brianza, e improvvisamente il suo business aveva iniziato a crescere in modo esponenziale.
Infatti la mafia brianzola, per distinguersi da quella meridionale, al posto della classica immersione in un pilone di cemento, era solita annegare i propri rivali in vasche da bagno smaltate. Inutile dire che la benemerita ed elegante usanza aveva dato al suo giro d’affari un impulso irresistibile.
Poi era arrivata la ricchezza, l’espansione della sua azienda a multinazionale, ed infine Clotilde, con la sua ventata di felicità, ma ciononostante l’atmosfera famigliare non aveva mai smesso di incupirlo. Un bel giorno lo aveva addirittura sfiorato il sospetto che i due figli avuti dal primo matrimonio lo avessero preso in antipatia. Anche quella mattina infatti era giunta puntuale la solita telefonata minatoria.
“Pronto?”
La voce dall’altra parte della cornetta era camuffata, probabilmente con un fazzoletto davanti alla bocca, oppure più semplicemente mediante una carota in un orecchio.
“Guardati le spalle dai rinoceronti”.
“Pronto? Chi parla?”
“Soprattutto la domenica. Eh eh.”
Bolzoni aveva sempre cercato di ignorare il fatto che nonostante il camuffamento quella voce gli ricordava decisamente quella del figlio Ma-Nuele. Il fatto poi che il numero del chiamante fosse proprio quello del figlio gli appariva come una banale coincidenza e nulla di più, insinuandogli solo un flebile dubbio. Si chiedeva se fosse mai possibile che tutto ciò fosse causato da quel nome infelice, per cui probabilmente non lo aveva mai perdonato.
“Chi era, caro?” – Gli aveva chiesto quella mattina Clotilde Candelabri, fino a poco tempo prima sua acerrima rivale ed ora sua adorata sposa.
“Niente, cara… Niente. Hanno sbagliato numero.”
Pochi minuti dopo un’altra telefonata aveva interrotto la colazione.
“Pronto?”
“Fossi in te non aprirei quel contenitore criogenico sotto il piedistallo del busto di Lenin.”
“Pronto? Come dice?”
“Le tue scapole potrebbero non essere amichevoli come vogliono farti credere…”
Poi dall’altra parte avevano riagganciato. Nello stesso istante sua figlia E-Loisa aveva riappeso il telefono in salotto sorridendogli a un paio di metri da lui, lo aveva salutato con una smorfia infastidita ed era uscita di casa per recarsi al lavoro. Ottonello Bolzoni per un attimo aveva pensato che fosse stata proprio lei a minacciarlo, chiedendosi se per una banale questione anagrafica si potesse provare tutto quell’astio nei confronti di un padre.
Quello che lui non sapeva era che in realtà la figlia E-Loisa non aveva nulla contro il bizzarro nome scelto dal padre, anzi, era da sempre invidiosa perché il fratello era stato battezzato con una congiunzione assai meno banale della sua, e sarebbe stato per lei molto più equo se Bolzoni lo avesse chiamato E-Manuele, e non Ma-Nuele. Oppure se avesse chiamato lei Ma-Riangela.
Non avrebbe mai perdonato al padre un gesto così iniquo.
Ma in quel momento Ottonello Bolzoni era un uomo felice e innamorato, e tutte quelle piccole rogne familiari gli apparivano come insignificanti dettagli, spazzati via da un solo battito di ciglia dall’angelo che si trovava in soggiorno e che era prepotentemente entrato nella sua vita a cavallo di un’onda anomala.
Nel soggiorno, intanto Clotilde Candelabri si stava facendo leggere i tarocchi da Piera, la sua maga di fiducia.
Clotilde era enormemente superstiziosa. Per anni aveva condotto gli affari dell’industria di sanitari Candelabri (ereditata dal lungimirante padre), basando ogni sua decisione non su considerazioni finanziarie, ma su ogni sorta di vaticinio.
Prima di ogni appuntamento, consiglio di amministrazione o insignificante riunione che fosse, la Candelabri era solita scrutare nei fondi di caffè, leggere interiora di pollo, unire i puntini dall’1 al 33, e a volte anche consultare in modo improprio le macchie di Rorschach, oppure le previsioni del tempo in prima serata del colonnello Tempestoni.
Questo approccio, per quanto poco razionale, aveva portato l’industria Candelabri a primeggiare nel settore, fino a giungere a confrontarsi, ironia della sorte, proprio con la ditta Bolzoni.
Clotilde ora sorrideva al ricordo di tutti gli scontri finanziariamente sanguinosi avuti con l’amato Ottonello, allora odiato rivale. Lotta senza esclusioni di colpi: furti di brevetti, campagne di marketing, pubblicità irriverenti, mine antiuomo nella mensa del rivale e addirittura attentati ai progettisti a base di puntine sulle sedie.
Il “Sistema No-Touch” e tutto il putiferio che era seguito al suo successo commerciale sembrava ora solo un pallido ricordo.
La bella donna quella mattina osservava rapita e con un pizzico di inquietudine i movimenti fluidi con cui Piera scopriva i tarocchi. Alcune sue amiche avevano sollevato dubbi sull’effettiva competenza di Piera come maga. Anche Clotilde non sapeva come valutare il fatto che il suo mazzo di carte non fosse esattamente tradizionale, e che in esso comparissero tarocchi per lo meno insoliti. Oltre al Matto, alla Fortuna, al Bagatto, facevano spesso capolino sul tavolo anche carte come il Lattaio o l’Ablativo Assoluto.
Questo incrinava in parte la credibilità della maga, ma Clotilde non pareva preoccuparsi della cosa. La veridicità delle previsioni era del tutto secondaria, l’importante era avere una certezza a cui afferrarsi. Aveva in fondo un grande bisogno di conferme. Problema che si trascinava dietro fin da quando aveva vent’anni, e viveva nell’angoscia di non essere ammessa alle finali del concorso “Pantene Protagonist” per la ragazza con la chioma più folta e lucente grazie alla Provitamina V.
Lo smacco subito per 3 anni consecutivi le aveva lasciato molte insicurezze latenti, che sfociavano a volte in insospettabili reazioni nervose, tipo il riflesso condizionato di recitare un salmo in risposta alla richiesta di esibire il biglietto da parte di un controllore delle FS, oppure l’irresistibile impulso di annodare le cravatte degli impiegati del catasto nelle immediate vicinanze di un rogito.
“Nella Ruota del Contrabbasso, scorgo il turbine dell’amore intrecciarsi con la Casa della Fortuna e il Paracadutista in Bastoni parla chiaro.”
Clotilde aveva guardato ansiosa Piera, in attesa della sua rivelazione.
“Un barboncino entrerà nella tua vita e se ti lascerai condurre dai dolci strappi del suo guinzaglio, scoprirai un nuovo amore nascosto nelle pieghe delle avversità.”
“Un nuovo amore? Ma io ora ho Ottonello!” – aveva sorriso Clotilde un po’ inquieta.
“La Fortuna è uscita dai Cancelli e fa oscillare gli Arcani. Il Tettuccio Apribile nella Casa di Spade non lascia dubbi. L’Elettroforesi entrerà nella tua vita.”
“Elettroforesi?”
“Un giorno non lontano capirai. Per oggi è tutto. Il pieno di gasolio, grazie.”
La bizzarra Piera se ne era andata veloce imitando con la bocca il rumore sordo di una Fiat Tipo diesel, cosa che forse avrebbe dovuto suscitare qualche dubbio in Clotilde, invece la donna aveva sentito un tremito insolito e inquietante percorrerle la schiena, proprio come se qualcuno le avesse sfiorato la spina dorsale con un flauto traverso.
Si era voltata di scatto e in effetti aveva sorpreso Ottonello mentre le sfiorava la schiena con il suo flauto traverso, uno dei suoi scherzi preferiti.
“Ottonello… Piera ha detto che…”
“Non ti preoccupare, cara. Non importa ciò che dice quella donna. Se n’è andata senza pagare il pieno, non devi fidarti di lei.”
“Ottonello, se tu non fossi qui con me…”
“Sarò sempre qui.”
“Davvero?”
“Prima di conoscerti, sognavo di essere effigiato su un francobollo, ritratto di spalle, mentre urinavo su un sempreverde. Ora tutte queste cose mi sembrano così insignificanti!”
“Ooohhhh… Sei così romantico, tesoro!”
“Adoro la tua quinta vertebra cervicale.”
“Piera dice che avremo un barboncino.”
“Sarebbe meraviglioso. Potrò decidere io il nome?”
“Nemmeno per sogno!” – aveva urlato la donna, terrorizzata dall’idea che il Bolzoni potesse ripetere l’exploit dei nomi appioppati ai figli. – “ Ma potrai insegnargli a guidare quando sarà grande.” – aveva aggiunto dolcemente per stemperare la delusione negli occhi dell’amato.
“Grazie, amore.”
“Caro, ti ho mai raccontato di quando mio zio fu arrestato per aver falsificato ernie al disco?”
Avevano riso insieme, abbandonandosi ad un lungo e romantico bacio, interrotto solo dall’inondazione della sala da pranzo che avveniva puntuale ogni giorno alle 10.26, all’apertura della diga Enel soprastante.
Ma non c’era piena che potesse essere più travolgente del loro amore, battezzato pochi mesi prima dalla regina delle onde giganti.
O almeno, così credevano quella mattina…
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