9 - Debutto
Quattro giorni dopo la resa dei conti.
Affacciati sulla baia un tempo dominata dal depuratore marino, due investigatori privati, uno miope e magro, l’altro astigmatico e robusto, osservavano il mare calmo di fine estate. Erano fermi in quella posizione da quattro giorni, in un silenzio carico di tensione che nessuno dei due si decideva a rompere. Ogni qual volta sembrava potesse nascere una discussione chiarificatrice, immediatamente distoglievano lo sguardo, fingendosi interessati a quanto accadeva nella piccola insenatura posta alcuni metri più in basso alla loro posizione.
Il capo degli ambientalisti, un giovane di circa vent’anni, era nel frattempo intento a spiegare ai giornalisti le modalità e le ragioni del loro gesto di protesta. Ascoltava con grande attenzione le domande degli inviati speciali e si prendeva una breve pausa prima di rispondere, consapevole di avere milioni di occhi addosso.
A dispetto della giovane età, mostrava grande sicurezza e tranquillità e non si scompose nemmeno di fronte ai quesiti più complessi sul piano etico e morale.
Rispose senz’alcun imbarazzo alla domanda “Lei preferisce radere prima la guancia sinistra o la destra?” posta dall’inviato del telegiornale nazionale.
Non palesò problemi di sorta nemmeno quando un’avvenente ed aggressiva cronista di una tv locale gli chiese a bruciapelo: “Non teme che l’abbigliamento dimesso dei suoi compagni possa pregiudicare il consenso popolare alla vostra protesta?”
Molte donne rimasero affascinate da quel bel giovane così sicuro ed impegnato su temi di grande importanza sociale, come testimoniato da un sondaggio sponsorizzato poche ore dopo da una marca emergente di bagnoschiuma. Il 97% delle ragazze single consumatrici abituali di cereali dichiarò che vedeva nell’ambientalista il marito ideale. Il 78% delle loro madri dichiarò invece che il giovane ribelle rappresentava il figlio che avrebbero sempre voluto.
Un altro sondaggio, promosso dalla seconda azienda distributrice di tosaerba per fatturato lordo (ma prima nel settore dei tosaerba a lama ricurva da 5 mm non in acciaio) appurò contemporaneamente come il 45% dei loro rispettivi padri e mariti preferisse bere una birra con gli amici piuttosto che sottoporsi ad un esame endoscopico delle vie urinarie.
Tutto quel clamore mass-mediatico non disturbava però i due investigatori privati.
Il Miope calciò debolmente una pietra, l’Astigmatico tracciò un semicerchio sulla sabbia.
Piuttosto che affrontare le amarezze del presente, egli continuava a tornare al passato, quando non conosceva il Miope ed ancora era impegnato con gli studi impostigli dai genitori. Dopo 13 anni di accademia, alla soglia della maggiore età, egli era arrivato alla vigilia dei temutissimi esami di fine corso, che avrebbero dovuto coronare nel migliore dei modi un invidiabile percorso scolastico. In tutti quegli anni si era stabilmente mantenuto tra gli allievi migliori e nei precedenti esami intermedi aveva riportato risultati davvero brillanti.
La disputa di periodici esami di sbarramento era uno dei cardini del metodo dell’accademia, e la loro difficoltà estrema era motivata da un’oggettiva necessità. Tutti gli studenti freschi di diploma sarebbero stati destinati, per inalienabile ed incontestabile diritto, a posti di comando supremo, saltando completamente la gavetta dei livelli inferiori. In qualunque posto avessero deciso di mettere a frutto le abilità apprese, si fosse trattato di un seggio parlamentare, della presidenza di un’azienda o della direzione di una grossa industria, essi si sarebbero trovati a capo di centinaia di dipendenti pronti a battere la fiacca. Tutto questo senza l’indispensabile dose di cinismo e cattiveria che solo una lenta e faticosa scalata al potere può infondere.
La disabitudine al comando avrebbe potuto facilmente comportare delle grosse difficoltà una volta usciti dal mondo ovattato dell’accademia, com’era già successo nei primi anni di vita del glorioso istituto, quando il metodo d’insegnamento non era stato ancora perfezionato. Si erano allora registrati fenomeni assai spiacevoli di gestione errata del comando, con eccessi in opposte direzioni.
Particolarmente drammatico era stato quanto accadde alla classe del 54, i cui migliori allievi erano andati a dirigere due grosse aziende tessili.
Per pura coincidenza, i dipendenti di entrambe le fabbriche avevano iniziato uno sciopero selvaggio pressoché contemporaneamente, in segno di protesta contro i turni di 13 ore giornaliere alla metà della paga minima contrattuale, aggravate dall’obbligo di regalare a rotazione ad ogni dirigente un arazzo di gran valore. Non a caso, tale innovativa strategia di gestione del personale veniva insegnata al settimo anno di accademia. Purtroppo i due allievi, dimostratosi assai validi in teoria, non avevano saputo mettere in pratica altrettanto bene quanto imparato. Il primo aveva reagito allo sciopero in modo fin troppo duro, condannando a morte un dipendente ogni dieci e facendo filmare le esecuzioni da una televisione locale. Per sua fortuna aveva avuto la prontezza di spirito di vendere gli spazi pubblicitari della diretta a prezzi astronomici, garantendo all’azienda un fatturato record. Questa mossa gli aveva permesso, dopo tre anni passati ai Caraibi a stipendio raddoppiato, di tornare al vertice dell’azienda quando le acque si erano calmate. Molto peggio era andata al suo collega, il quale, spaventato da un’iniziativa nemmeno contemplata nei libri di testo, aveva reagito in modo diametralmente opposto. Per cercare di ammorbidire i propri dipendenti, aveva diminuito loro ulteriormente lo stipendio, ma aveva costretto tutti i dirigenti, se compreso, a recarsi al lavoro vestiti da suonatori di mandolino. Nei suoi piani questa strategia avrebbe molto rasserenato il clima aziendale, ed in effetti per qualche giorno lo sciopero era stato sospeso. Quando tuttavia i dipendenti avevano scoperto che il costo dei mandolini sarebbe stato detratto dalla loro paga, erano andati su tutte le furie, iniziando una protesta durissima che solo l’intervento delle forze dell’ordine era riuscito a sedare. L’episodio era costato caro al dirigente, che da quel giorno dovette accontentarsi dell’umiliante ruolo di consulente strategico, con l’unico benefit di un panfilo aziendale di 37 metri.
Ambo gli episodi avevano segnato una svolta nella gestione dell’accademia, i cui piani di studio erano stati rivisti in maniera drastica, al fine di evitare nel futuro il ripetersi di situazioni analoghe. In particolare si era deciso, per evitare agli allievi l’impatto traumatico con l’esercizio del potere una volta conclusi gli studi, di costruire il percorso entro l’accademia sul modello della progressione di carriera all’interno di un’azienda.
Tutti gli allievi al quinto anno di frequenza sarebbero stati equiparati ad infimi impiegati e negli anni restanti avrebbero studiato per arrivare fino alla presidenza. Le capacità apprese sarebbero state periodicamente verificate durante gli esami di fine anno. Per arrivare al diploma ciascun allievo doveva sostenere una serie di prove assai difficili, a partire dal quinto anno stesso, al termine del quale aleggiava lo spettro del terribile esame di ‘Diventare capoufficio a spese di un collega più bravo e dotato’.
In questa prova ciascun allievo doveva dimostrarsi abile ad ingraziarsi il diretto superiore, appropriandosi dei meriti di un proprio collega, più bravo e scrupoloso, e guadagnando la promozione a sue spese. Pur non indispensabile ai fini della promozione, ottenere il licenziamento del collega per giusta causa garantiva la lode. Questo era sicuramente il primo grosso ostacolo nella carriera scolastica dentro l’accademia, ma non era certamente il solo, visto che ad ogni anno un esame simile appurava i progressi degli allievi.
Nessuno degli esami intermedi era tuttavia paragonabile alla prova di fine corso. Essa aveva la durata di una settimana e simulava un caso reale di vita aziendale, nel quale gli allievi, ormai giunti alle soglie della presidenza, dovevano affrontare una situazione assai complessa. Si trattava di un cambio repentino di scadenze in un progetto di vitale importanza per l’azienda, la cui data di consegna veniva anticipata di due anni senza alcun preavviso. Nella sola settimana rimasta prima del termine occorreva sobbarcarsi una mole di lavoro terrificante, dimostrando al presidente la propria capacità di gestire lo stress e la propria dedizione al lavoro. Il penultimo giorno, dopo novantasei ore difilate trascorse in ufficio senza dormire e nutrendosi esclusivamente dei prodotti forniti dal distributore automatico nella saletta caffè, le cose peggioravano ulteriormente. Accadeva infatti che il dottore commercialista Ringhiera, unico impiegato dell’ufficio paghe in seguito a drastiche riduzioni di personale e figura centrale nel progetto in corso, avanzasse la richiesta di mezz’ora di permesso. Tale permesso gli sarebbe servito per presenziare al funerale della moglie, travolta da un treno merci mentre prestava soccorso volontario ai bambini malati di tubercolosi in un orfanotrofio sventrato da una fuga di gas.
Compito degli esaminandi era quello di convincere il ragioniere a rimanere al proprio posto, con tutti i mezzi possibili, ad eccezione di gratifiche o aumenti di stipendio, il ricorso ai quali avrebbe pregiudicato la valutazione finale. Molto ben visti dalla commissione erano invece i richiami all’etica lavorativa ed al senso di responsabilità. Il massimo dei voti si poteva ottenere soltanto con un’energica lavata di testa, che facesse provare al ragioniere così tanta vergogna per se stesso da spingerlo a chiedere scusa in lacrime, senza per questo evitare un richiamo scritto.
Questa sarebbe stata la fatica finale dell’Astigmatico, ed essa veniva vissuta dai genitori senza alcun patema d’animo. I risultati precedenti erano infatti stati talmente positivi da indurli a ritenere l’esame finale quasi una formalità.
Nell’animo dell’Astigmatico invece qualcosa si era negli anni logorato, fino a raggiungere il punto di rottura. Questo avvenne proprio al momento cruciale, mentre il ragioniere Ringhiera gli compariva davanti.
“Mi spiace tanto, ma io dovrei assentarmi per non più di trenta minuti” aveva udito il ragioniere implorare a lui e ad un altro studente che impersonava il secondo vicepresidente. Dopo che il ragioniere ebbe formulato la richiesta passarono una trentina di secondi di silenzio assoluto.
Tra i due studenti impegnati nell’esame era senz’altro l’Astigmatico quello più brillante e dotato. Era quindi naturale che tutti si aspettassero che fosse proprio lui il primo a parlare. Poiché tuttavia non si decideva a profferire parola, era stato il suo collega a rimproverare aspramente il ragioniere, cavandosela anche piuttosto bene. Tra i parenti che assistevano all’esame, l’Astigmatico aveva visto i genitori dare i primi segni di nervosismo; di fronte al suo assoluto mutismo, con la scena ormai rubata, la madre aveva iniziato a fargli impercettibili gesti per invitarlo ad intervenire.
“E parla, di qualcosa, testa di rapa” si era sentito distintamente a metà dell’esame.
L’Astigmatico sulle prime non aveva dato segno di aver udito, rimanendo a lungo in silenzio, ma infine aveva parlato.
“Non è più possibile ignorare la necessità di una terapia psicologica di sostegno per gli addetti al carotaggio oceanico. ”
La sua uscita era stata seguita dallo sbalordimento generale, talmente forte da interrompere l’esame per diversi minuti. Anche se la prova era stata infine ripresa e conclusa regolarmente, l’Astigmatico non aveva spiccicato più parola fino alla fine. Questo comportamento aveva causato un forte imbarazzo nella commissione che, dopo molte ore di riunione e solo in considerazione dell’eccellente cammino scolastico precedente, lo aveva promosso con il minimo dei voti.
Tutto questo però lo aveva lasciato del tutto indifferente. Aveva ormai deciso di cercare la propria forza per la via più difficile, senza il riparo di una scrivania da dirigente e rinunciando alle squallide scorciatoie che gli erano state insegnate. Indifferente alle minacce di lasciarlo senza un soldo da parte dei genitori, aveva abbandonato la strada tracciata e si era iscritto alla facoltà di Speleologia umanistica.
Quelli che seguirono erano stati per lui anni molto duri, nei quali le difficoltà di una vita lontana dall’ombrello protettivo della ricchezza familiare lo avevano costretto a privazioni alle quali non era avvezzo.
Era stato proprio in quei terribili anni che aveva sviluppato e perfezionato il suo caratteristico linguaggio, come forma estrema di ribellione agli insegnamenti dell’Accademia e di rifiuto totale della società che aveva partorito una simile aberrazione del modello scolastico. Aveva gradualmente diminuito le frasi comunemente riconosciute di senso compiuto, fino ad eliminarle completamente nel giro di sei mesi dall’esame di fine corso. L’utilizzo esclusivo del nuovo linguaggio non era stato affatto facile, ma non gli aveva impedito di riuscire a comunicare, almeno per le necessità basilari di sopravvivenza. Ad esempio, quando doveva comprare il pane, usava sempre l’espressione: “Nelle forme cubiche si riflettono i lati oscuri della personalità”.
Quando sul tram doveva pronunciare la frase di rito “Scende alla prossima?” si avvaleva invece della formula “Non ritiene di dover prendere posizione di fronte all’indifferenza generalizzata nei confronti degli sport minori?”
Dopo una fase iniziale piena di occhiatacce e commenti allibiti, era poco alla volta giunto a farsi comprendere, senza più rischiare ogni volta di essere malmenato.
0 Commenti:
Posta un commento
<< Home page