12 - Anticipazione

Dieci mesi prima della resa dei conti.

Arrampicato sullo scoglio di fronte alla baia che nemmeno il depuratore marino riusciva a deturpare fino in fondo, l'ex capitano di industria Ottonello Bolzoni soppesava la pietra legata al proprio collo. Era fermo in quella posizione da una settimana, incapace di muovere il passo che avrebbe posto fine ai suoi tormenti. Tanto che pur di rimandare la fatidica decisione fingeva di prestare attenzione a ciò che accadeva nella piccola insenatura in prossimità dell’enorme depuratore.

La situazione sulla spiaggia sembrava giunta ad uno stallo. Gli ambientalisti e i poliziotti stavano trattando con le televisioni locali per l'impostazione dei servizi giornalistici. Si era infatti in prossimità dell'atteso momento dello sgombero e da 48 ore circa i rappresentanti delle forze dell'ordine e dei manifestanti non riuscivano a trovare un accordo. Le riprese effettuate da destra erano in controluce e non consentivano ad alcune fra le ambientaliste più sexy di offrire alle telecamere il loro profilo migliore. D'altra parte le riprese effettuate da sinistra inquadravano solo marginalmente le scritte pubblicitarie sugli scudi antisommossa dei poliziotti, offerti dalla prestigiosa ditta “Ing. Soppalco ed Eredi”, e la cosa non era ovviamente accettabile. La mediazione venne resa ancor più difficile dalle divisioni interne fra i manifestanti.

Gli Ambientalisti-Non-Violenti-Assolutamente-Non-Violenti, minacciavano di andarsene a manifestare altrove, se la frangia degli Ambientalisti-Non-Violenti-Ma-Tolleranti-La-Violenza-Altrui-Causata-Dalla-Polizia non si fosse subito dissociata dei Violenti-Aggregatisi-Agli-Ambientalisti-Tanto-Per Spaccare-Qualcosa. Come spesso capitava, l'ago della bilancia era rappresentato dagli Ambientalisti-Non-Volenti-Intolleranti-La-Violenza-Ma-Facili-Da-Provocare-Dopo-La-Terza-Birra, e soprattutto dai più numerosi, gli Ambientalisti-Non-Violenti-Ma-Se-Ci-Sono-Anche-I-Violenti-Il-Corteo-Fa-Più-Scena.

Le televisioni si sforzavano di promettere a tutti quanti adeguate inquadrature e almeno 35 secondi di audio ad ognuna delle parti, ma la trattativa sembrava ancora in alto mare.

Ottonello guardava tutto con distacco, perchè i suoi pensieri correvano sempre alla bella Clotilde, e ai tempi andati della primavera...

Per Clotilde Candelabri quella sembrava proprio una normalissima giornata primaverile, del tutto routinaria. Aveva passato la tarda mattinata e il pomeriggio dedicandosi al giardinaggio, hobby che nella loro tenuta di 12000 metri quadri era decisamente impegnativo. Prima aveva potato Anodo e Catodo, i suoi 2 cipressi preferiti, con tutta la delicatezza di una madre, maneggiando cesoie, motosega e bazooka con estrema delicatezza. Poi era salita sul suo caterpillar personale e aveva dissodato l’aiuola dei ciclamini cercando di limitare al minimo indispensabile l’utilizzo delle mine.

Ora stava maneggiando sapientemente il lanciafiamme per sagomare la siepe attorno alla cancellata della loro villa, cosa che la rilassava sempre, consentendole di perdersi nei suoi pensieri.

Ogni tanto meditava sui bizzarri scherzi del destino che svolta dopo svolta l’avevano guidata fino all’imprevedibile e travolgente matrimonio con Ottonello.

Il fatto di essere figlia di Ebenezer Candelabri, fondatore della omonima industria Candelabri produttrice di asciugamani in carta e accessori sanitari, non aveva minimamente influenzato la sua adolescenza e il suo periodo universitario, fatto salvo l’autista in marsina che la accompagnava a scuola tutti i giorni e la guardia del corpo che malmenava ogni docente che osasse attribuirle una valutazione inferiore all’eccellenza.

I suoi sogni e le sue ambizioni erano lontani anni luce dalla carriera imprenditoriale nell’ambito dei sanitari, motivo per cui si era iscritta al corso universitario di Discipline Artistiche, indirizzo “Sceneggiatura, Dizione e Avanti veloce”. La giovane Clotilde, dopo aver conquistato l’ammirazione dell’intero corpo docente per la sua rivoluzionaria tesi sulle “Nuove prospettive per le forme visive di narrativa dopo Tom & Jerry”, decise di tuffarsi nell’avventuroso mondo dello spettacolo.

Tentò prima con il cinema, e in un anno di notti insonni e immani sacrifici, riuscì a girare un film di esordio autoprodotto eccezionale. Sfortunatamente, essendo lei una giovane regista sconosciuta, le case di distribuzione fecero uscire il film a ferragosto. Il titolo del film, che per una sventurata coincidenza era “Chiusura estiva”, fece sì che la prima andasse completamente deserta. Il disastroso esordio fece sparire immediatamente il film dalle sale, e l’insuccesso la gettò in una terribile depressione che la costrinse a entrare in analisi dal professor Klutzer, luminare svizzero seguace delle tecniche di ipnosi di Freud e della marcatura a uomo di Beckenbauer.

Il professor Klutzer la sottopose a una terapia innovativa che consisteva nel sedersi ogni sei ore a fissare l’oblò della lavatrice dopo avervi chiuso un gatto con una parrucca ottocentesca, due foto di Martin Scorsese ed aver azionato il programma “centrifuga forte per colorati stingenti”.

Il trattamento ebbe successo e Clotilde si riprese, decisa più che mai a ritentare la strada dell’arte. Questa volta provò con la regia teatrale, ed ebbe l’onore di poter mettere in scena la sua opera alla Scala di Milano, ancora piena di impalcature ed aperta appositamente per lei. Purtroppo però, il dramma in 3 atti da lei scritto e diretto, dall’ambiguo titolo “Lavori di ristrutturazione", fu un altro clamoroso fallimento e la prima andò nuovamente deserta.

Il tracollo fu vistoso e il secondo ciclo di trattamenti del professor Klutzer fu ancora più intensivo. Esso prevedeva due sessioni quotidiane di biliardo ermetico. Ogni volta che la nove finiva in buca d’angolo Clotilde doveva recitare una poesia a scelta di Ungaretti, ad eccezione di “Soldati”, recitabile esclusivamente se la palla numero sette colpiva la palla numero quattro.

Clotilde si riprese faticosamente e gettò ogni residua stilla di energia in quella che sarebbe stata la sua ultima chance; le affidarono l’organizzazione di un grandioso musical itinerante. Lo spettacolo aveva tutte le carte in regola per sfondare, ma sfortunatamente esordì in India in piena stagione monsonica, e il titolo "Sospeso per pioggia" venne nuovamente frainteso e causò il record negativo di pubblico degli ultimi 12 anni.

L’arresto del professor Klutzer, in realtà un ferroviere di Zurigo ricercato per il furto di sei vagoni del Bernina Express, salvò la giovane Clotilde da un nuovo ciclo di terapie illegali. Fu così costretta ad accettare la realtà e a ripiegare sulla conduzione dell’industria lasciatale in eredità dal padre.

Clotilde sorrise, pensando che ormai nulla di tutto ciò era più importante, da quando Ottonello era al suo fianco. Diede un ultimo colpo di lanciafiamme alla siepe e si fermò ad osservare il marito che cercava con bonaria pazienza di insegnare alla loro pianta di ficus una canzone tipica lussemburghese.

Ottonello era di ottimo umore. Era così di buon umore che aveva appena promosso il fedele Antonazzi dal grado di foca a quello di foca monaca, garantendogli così una carriera davvero fulminante, se si pensava che solo pochi anni prima era un misero campione di salto in alto.

Antonazzi se lo meritava, aveva appena brevettato un congegno che avrebbe rivoluzionato il mercato degli accessori sanitari per giovani e dinamiche aziende. L’ispirazione era arrivata dall’ultimo rapporto Istat sull’analisi della produttività dei dipendenti. In particolare una equipe di luminari aveva dimostrato che il maggior fattore di tensione sul posto di lavoro era causato dall’angoscia legata al doversi recare in bagno. Il peggior incubo di un lavoratore che si recava al bagno era costituito dal pericolo di emettere rumori sgradevoli che potessero essere uditi dai colleghi di ufficio, coprendolo di vergogna.

Negli anni d’oro dell’industria italiana, per ovviare al problema i dirigenti erano soliti intonare canzonette nostalgiche del ventennio fascista; gli operai invece cantavano a squarciagola l’internazionale socialista e bandiera rossa. L’evoluzione dei processi industriali e il progressivo spostamento della domanda dai beni di consumo ai servizi, portarono alla formazione di una predominante classe media impiegatizia, priva di valori sociali e di fede politica incerta, che al bagno era solita cantare i successi dei Ricchi e Poveri, politicamente neutri.

Questo condusse all’introduzione delle recenti norme in fatto di par condicio sul luogo di lavoro, norme che avevano tassativamente vietato ogni tipo manifestazione canora a sfondo politico nei bagni, e avevano proclamato la pena di morte per chi fosse sorpreso a cantare successi dei Ricchi e Poveri al di fuori delle mura domestiche.

Il giro di vite legislativo fece sì che tutti, indipendentemente dall’inquadramento, avessero come unico modo di nascondere gli eventuali rumori compromettenti, quello di azionare in continuazione lo sciacquone durante la permanenza ai servizi, causando un consumo idrico incalcolabile per tutte le maggiori aziende italiane.

Ed ecco che l’Antonazzi aveva pescato il coniglio dal cilindro: il sistema “Niagara”, un altoparlante collegato alla tavoletta del water, che emetteva rumore di sciacquone a tutto volume appena qualcuno di sedeva sulla tazza, coprendo ogni possibile rumore molesto (esclusi quelli non convenzionali).

La notizia del brevetto, ricevuta per telefono dallo stesso Antonazzi, aveva rasserenato Ottonello, nonostante il pomeriggio non fosse stato dei più facili.

Aveva infatti ricevuto la visita di suo figlio Ma-Nuele. Lo aveva fatto accomodare in salotto e gli aveva offerto cortesemente da bere.

“Vuoi una birra, figliolo?”

“Non posso.”

“E perché mai?”

“Sono alcolizzato, papà, ricordi?”

“Ah, quello…” – Ottonello Bolzoni era sempre nervoso in presenza dei figli, e spesso incorreva in gaffes imbarazzanti. Il figlio era diventato alcolizzato a sei anni in seguito a una rarissima forma di intossicazione da Tavernello, dalla quale non era più uscito completamente.

“Che ti succede, figliolo? Ti vedo agitato.”

“Ho preso una multa, non ci voleva.”

Ma-Nuele cercò di cambiare discorso. Era stata una vicenda piuttosto fastidiosa. Aveva preso un panzerotto per pranzo, presso la panetteria di Osvaldo, famoso nel quartiere per le sue ricette innovative e per non aver mai appreso l’uso del registratore di cassa. Subito dopo aver mangiato era uscito dalla panetteria, dove aveva incrociato un solerte agente della Guardia di Finanza in vena di contravvenzioni.

Il finanziere gli chiese di esibirgli lo scontrino per ciò che aveva acquistato nella panetteria. Ma-Nuele negò di aver comprato alcunché, ma l’altro si diceva sicuro di averlo visto mangiare un panzerotto oltre la vetrina. E di averlo fatto anche con una certa ingordigia.

“Ma lei non può dimostrarlo” – aveva sorriso Ma-Nuele, sicuro che quello avrebbe posto fine alla fastidiosa ingerenza dell’uomo, e invece il puntiglioso finanziere diede vita a uno spettacolare colpo di scena, estraendo dalla divisa un regolare mandato di perquisizione del suo tratto esofageo…

L’ispezione del piloro, il ritrovamento di tracce di mozzarella, pomodoro e poliuretano espanso, riconducibili all’inconfondibile ricetta dei panzerotti di Osvaldo, lo incastrarono. La susseguente contravvenzione lo aveva messo di pessimo umore.

Ma-Nuele aveva così deciso di passare a fare visita al padre, per cercare di infastidirlo e deprimerlo, cosa che lo metteva sempre di buon umore.

Ma quella sera il sorriso del padre sembrava inscalfibile. Da quando si era risposato con Clotilde, era improvvisamente diventato allegro e sereno, e la cosa non gli andava affatto.

Già, Clotilde. Ma-Nuele la stava fissando mentre lei saltellava per il soggiorno come impazzita, chiedendosi che diavolo avesse da festeggiare.

“Ho vinto! Ho vinto!” – continuava a ripetere Clotilde saltellando dappertutto.

“Che succede, cara?” – Ottonello, sorridente le si fece incontro.

La donna spiegò confusamente al marito ciò che era accaduto: anche quella sera, come tutti i giorni, stava assistendo alla sua trasmissione preferita, le previsioni del tempo in prima serata del colonnello Tempestoni, e dopo tanto tempo aveva tentato la fortuna al gioco telefonico in cui Tempestoni invitava il pubblico da casa a indovinare il logaritmo in base neperiana della percentuale di umidità relativa prevista per il giorno dopo a Conegliano Veneto.

Quando Clotilde aveva sentito il telefono che squillava dall’altra parte, e subito dopo la voce profonda del colonnello in persona che chiedeva il più classico e televisivo dei “Ciao, chi sei? Da dove chiami? Hai delle quaglie?”, le era sembrato tutto un sogno.

In piena trance, senza rendersi conto di ciò che le stava capitando, aveva risposto del tutto a caso alla domanda: “4,673 periodico.”

Clotilde terminò il suo racconto tutto a fatica, ancora trafelata per l’emozione.

“E cosa hai vinto, cara?”

Lei esitò… In effetti nella concitazione del momento, lo shock per l’emozione provata era stata tale che non ricordava assolutamente in cosa consistesse il premio. Ricordava solo che glielo avrebbero recapitato entro 3 mesi.

Ma in quel momento suonarono insistentemente alla porta. Clotilde corse ad aprire. Un uomo pallidissimo e con la bocca spalancata le si parò di fronte. Reggeva in braccio un barboncino bianco bellissimo nella sua perfetta permanente vaporosa.

Clotilde abbracciò il barboncino, e l’uomo si voltò immediatamente, allontanandosi barcollando. Aveva un coltello da cucina piantato nella schiena, ma questo non attirò l’attenzione dell’allegra famigliola intenta a festeggiare l’arrivo del barboncino, giustamente accolto come il premio del gioco televisivo del colonnello Tempestoni, in enorme anticipo rispetto alle previsioni di consegna.

L’uomo risalì a fatica sul suo furgone nero e mise in moto, fece una curva e poi crollò esanime sul volante, sbandando e finendo la propria corsa contro un albero a lato strada.

Il simpatico cagnolino corse nel giardino e si piazzò esattamente a metà strada fra i due cipressi Anodo e Catodo, guardandoli indeciso, forse per scegliere il primo territorio da segnare nella sua nuova casa.

In quel momento, nonostante il cielo completamente privo di nuvole, un fulmine si abbatté su Anodo e Catodo, producendo un arco voltaico spettacolare fra le cime dei 2 cipressi.

Clotilde provò un brivido freddo, quel piccolo incidente sembrava voler preannunciare sventure.

Ottonello invece osservò affascinato l’arco voltaico e chinandosi sul barboncino fra i due cadaveri fumanti di Anodo e Catodo, lo sollevò e proclamò con voce solenne: “Tu ti chiamerai Elettroforesi!”

Clotilde sentì un sobbalzo al cuore. Le previsioni di Piera si stavano avverando, un misto di terrore e di eccitazione le fece tremare la voce mentre sorridendo cercava di sdrammatizzare.

“Ottonello, ti ho… ti ho mai raccontato di quella volta che… che mio zio è stato denunciato per il dirottamento di un tram?”

Ottonello corse ridendo ad abbracciarla, ma questa volta fra loro non c’era solo spensierata ilarità, ma anche un inquietante barboncino. E come se non bastasse alle loro spalle, sulla soglia della casa, c’era Ma-Nuele che li fissava pieno di livore; rimase a guardarli torvo per lunghissimi istanti, finché la consueta apertura serale della soprastante diga Enel delle 19.13, lo trascinò via scaraventandolo nella siepe potata di fresco.